mercoledì 22 febbraio 2017

Bisognerebbe…quando la subordinata non necessita di congiuntivo


Bisognerebbe credere che una giornata storta è solo ripiegata verso terra per raccogliere una banconota da cinquecento euro perduta da uno sceicco qatariota che non ha urgenza che la si riporti indietro.
Che un piatto di pasta alla carbonara ha meno calorie di un grissino.

Che un cielo scuro è solo truccato di nero e che i carboidrati sono i veri amici del culo.
Bisognerebbe credere che quando si muore si diventa solo invisibili agli occhi, che il Piccolo Principe docet e che tutto il resto resta uguale; che nel matrimonio la pazienza conta come le risate, che dopo Nettuno c’è un pianeta popolato di esserini che si sbellicano dalle risate a vedere le nostre stupide acrobazie.

Bisognerebbe credere che la scienza è solo uno dei tanti approcci alla vita, che l’attesa fa bene al cuore, che i giramenti di palle contribuiscono all’incremento dell’attività fisica di tutto il pianeta, che la gravitazione non è l’unica forza davvero universale e che a tenerci incollati gli uni agli altri e con i piedi per terra ci sia anche altra roba, oltre al collante gravitazionale, chiamata, empatia.
Bisognerebbe credere che lasciare andare non è poi così terribile, che lasciare andare è come una marea, che poi se uno ti lascia per una più giovane e carina o per uno più giovane e carino puoi sempre pensare che sia la forza gravitazionale di cui sopra, sopravvalutata, la principale responsabile dell’andirivieni dell’acqua e degli ex.

Che il coraggio è una attitudine, che i figli sono il risultato di due aspiranti genitori in apprendistato professionalizzante, che sono la fonte di ispirazione d’amore perenne, una carezza di Dio.
Bisognerebbe credere che l’imperfezione è un vezzo, che la tristezza propone una sfida continua alla nostalgia, che entrambe perdono miseramente davanti alla tentazione di essere anche solo un poco felici.

Bisognerebbe credere che le maniglie dell’amore non siano sporgenze di adipe, ma pomi di cassetti che trasudano sogni. Qualcosa che somigli al tripudio di frutta alle feste di nozze, perché il tripudio di frutta, piuttosto ridicolo, erutta colori e speranze. Del tipo: se mi butto sulla frutta, spero di evitare il buffet della baldoria dei dolci.
Bisognerebbe imparare a dire realmente quello che si pensa, che i mandala da colorare sono una vera cagata, che le stanze di sale non fanno niente bene per la bronchite asmatica, che Melania Trump trova nel marito la giusta punizione per quel corpo da strafiga, che Selvaggia Lucarelli è acida come uno yogurt bianco senza zucchero, ma che mi piace un sacco quello che scrive, che i vini biologici fanno schifo e che la tendenza delle neo mamme all’uso incondizionato del metodo Montessori applicato a tutto è snervante.

Bisognerebbe imparare a dire e accettare i no, equilibrare i sì, ascoltare di più i silenzi, distribuire equi insulti secondo la regola del quando ci vuole, ci vuole.
Bisognerebbe invertire i ruoli del lavoro, sfruttare quello senile al posto di quello minorile almeno gli anziani davanti ai cantieri vedrebbero retribuito il loro passatempo e non servirebbe la videosorveglianza e i bambini potrebbero tornare ad essere pienamente tali, solo giocando.

Bisognerebbe credere che le maschere di carnevale sono una bruttissima prassi, che se sei la madre di una bambina e combatti per la parità dei sessi non puoi travestire tua figlia da Cenerentola, ma neanche da Anna di Frozen, perchè rischieresti di non riconoscerla e di portare a casa una altra bambina alla fine della festa essendo stata la centesima bambina con lo stesso costume alla stessa festa.
 Bisognerebbe credere che è giusto abolire le  chat dei genitori, che dovrebbe farlo lo stesso amministratore del gruppo  che le ha create e dovrebbe farlo alla prima stupidata sparata,  che è più giusto, in certi casi, usare la funzione broadcast di whatsapp. Si controlla meglio il diffondersi di cazzate come fossero epidemie. 
Bisognerebbe credere che dall’ozio non sempre si ricava il nulla, che la formica è molto più noiosa della ridente cicala e che non sempre una vita di sacrifici assicura una vecchiaia protetta, che forse… Lapo Elkann campa più del fratello John.

Bisognerebbe credere che l’irragionevole è bello, il possibile, possibile, il rumore, suono.

Bisognerebbe credere che ...una subordinata a volte ha bisogno più di un presente che di un congiuntivo, per respirare.

lunedì 23 gennaio 2017

Siamo tutti tuttologi. Di quando le persone pretendono di esprimersi in ogni campo del sapere, prediligendo le catastrofi


Ho sempre creduto di avere uno sguardo sul mondo disponibile e comprensivo. L’empatia è stata spesso la mia guida, più per inclinazione che per ragionamento, come familiare mi è stata sempre una certa tendenza all’ascolto. Ma caspita, ci vuole proprio un gran cuore oggi, a tentare di tenere ancora quello sguardo aperto e fiducioso sul mondo. Se è vero che la fiducia nelle relazioni va coltivata, come è vero che la stima si deve conquistare sul campo, con le azioni e con l’esempio, operativamente e senza chiacchiere, beh, allora, genere umano mio, siamo proprio messi male.

Siamo messi male quando deroghiamo alla nostra consapevolezza critica – ne abbiamo tutti, no? Ditemi che è così - in favore di una cultura digitale che omologa tutti verso il basso; siamo messi male quando prendiamo per oro colato, un pensiero, una informazione, quando neanche il buon senso fa più da censura. Siamo messi male quando, all’indomani di tragedie umane o calamità naturali, diventiamo tuttologi, esperti, specialisti di materie e settori di cui, prima dell’accaduto, non né avremmo sospettato neanche l’esistenza. Siamo messi male quando impartiamo consigli, quando facciamo previsioni, quando seguiamo la eco dell’invasione degli imbecilli, per dirla alla Eco, Umberto, intendo. Perché, se è vero che noi no, noi non seguiamo gli imbecilli, sicuramente li leggiamo, ci conviviamo e spesso cerchiamo di limitarne i danni. E forse, spesso, lo siamo anche noi. Più o meno, consapevolmente. Perché sì, l’imbecille fa più danni della grandine. Crea scompiglio, genera malintesi, caos. L’imbecillità è una condizione umana trasversale, senza distinzione di sesso, appartenenza politica, titolo di studio, professione o status economico. E’ arrogante il disprezzo contro l’imbecillità, come arroganti sono i giudizi perentori, decisi, fermi, dati senza alcuna cognizione di causa se non quella di una sommaria lettura di qualche post che funge da fonte primaria di informazione, o qualche convinzione di troppo.
E’ questo crea un danno enorme alla collettività.
Lo crea l’allarmismo contro i vaccini, perché fanno calare le coperture di tutti, facendoci arretrare di quindici anni; lo creano le proposte senza senso di una gestione alternativa dell’emergenza, che indeboliscono le responsabilità, non le rafforzano. Non si può dire che non ha funzionato la Protezione Civile, quando fanno parte del Servizio Nazionale di Protezione Civile i Vigili del Fuoco, le Forze dell'Ordine, le Forze Armate, il Corpo Forestale, la Croce Rossa, nonché tutta la Comunità Scientifica, il Soccorso Alpino e le strutture del Servizio Sanitario Nazionale. Non lo puoi dire con il sedere al caldo mentre tonnellate di neve inghiottono gente che, di riffa o di raffa, altri tentano di salvare. Puoi farti delle domande, puoi chiederti delle cose. Ma credo ci sia un tempo per il dolore e uno per la ricerca di cosa non ha funzionato e del perché non ha funzionato. E purtroppo sono molte le cose che in questi giorni in questo paese martoriato da scosse, gelo, incapacità, non hanno funzionato senza che vi si aggiunga il peso dell’imbecillità. Il danno lo creano le false informazioni, i qualunquismi, lo scarica barile, nella stessa misura di come lo creano le battaglie tout court. Perché anche gli obiettivi delle battaglie li devi scegliere bene. Specie in tempi di magra. Che se sai che puoi ottenere solo due, è inutile chiedere cinque. Abbassa le pretese e sii più realista, altrimenti rischi di perdere pure quei due.
Sarà che le delusioni più grandi sono quelle legate alle aspettative grandi, genere umano mio.
E siamo messi proprio male se ci allineiamo ad un piattume che ci rende più banali e mediocri di quanto effettivamente non siamo.


venerdì 30 dicembre 2016

Il luogo dei ricordi smarriti


Il 31 dicembre sembra la fine dell’anno. In realtà, non credo lo sia. Il capodanno sta a metà tra il principio e la resa, un ponte tra la fine e l’inizio. Il capodanno è un vestito nero, appena comprato che infili spavalda per incontrare il nuovo, quel nuovo che lava via per sempre un pezzetto, bello o brutto che è stato. Capodanno è la speranza del sogno possibile. A capodanno tutto sembra realizzabile. Capodanno è la zavorra che butti e la vita che scorre. L’aspettativa, che le assenze siano lievi e le presenze colme. Che il secondo dentino che cadrà faccia meno male in termini di ricordi, del primo. Perché mica è vero che vedere crescere i propri figli è sempre un sollievo per l’animo. Le crescite sono sopravvalutate. Sarebbe tutto più semplice e incantato rimetterli nella pancia e attendere. L’attesa è una pausa, quella fase in cui sei ancora, tu, la padrona della tua vita e di quella che porti dentro e non vedi ancora l’immagine di quella porta che si chiuderà, di quei gradini che lentamente salirà, rendendolo ogni giorno più autonomo; ma non per questo tu tornerai a essere padrona indiscussa della tua vita. Che poi, ti senti derubata di una parte di te, ma è solo amore.

Capodanno è il brindisi con chi ami, la telefonata concitata a chi è rimasto a casa, la linea telefonica occupata, perché sovraccarica, gli abbracci, i cari persi che speri  ti guardino dalle stelle risvegliate dal frastuono dei botti. Le lenticchie che scrocchiano sotto i denti, gli acini d’uva che portano i soldi, l’oroscopo di Branko e quello di Brezsny, che manderesti a fanculo ogni settimana per le strampalate previsioni che lasciano più incerti sulla comprensione del contenuto cosmico, che preoccupati della loro attuazione. Perché un conto è esorcizzare la paura di un eventuale attentato terroristico, un altro, combattere contro saturno contro o una luna malmostosa.

Son battaglie diverse, eh.

 Capodanno è allontanare il pensiero dai bombardamenti di Aleppo, dai barconi dei migranti, dai vuoti, dagli amori rinunciati, dagli smantellamenti delle cose perdute. E ti abbandoni al nuovo, come fossero braccia aperte, temendo in fondo al cuore che, vengano a mancare davvero, altre braccia. A capodanno si è un po’ più forti, ma anche un po’ meno. Più vecchi di un anno, più saggi, ma anche più fragili. Capodanno è una contraddizione in termini, le scarpe alte per sembrare più carine e il mal di piedi per averle indossate, la cosa nuova messa addosso e quella vecchia buttata, un ricordo smarrito che, lascia il posto a quello che lo diventerà.

Capodanno è anche un po’ Oh happy Day, When Jesus washed (when Jesus washed) e un ritornello reinventato che non sto a raccontare perché mi ricorda un capodanno solo per alcuni amici. Il capodanno però è anche Brigitte Bardot, Bardot, con annesso trenino che, la dice lunga sulla natura delle persone e azzera completamente in me, la comprensione per le debolezze del genere umano.

Ma alla fine, nonostante il ternino e il classico Cacao meravigliao, cantato verso la mezzanotte e quaranta circa, come è da copione nella migliore tradizione, mi sa tanto che brinderemo tutti alla speranza, al bisogno di credere nella capacità di ognuno di rendere questo mondo, un posto migliore, un luogo meno merdoso, una terra un po’ più madre.

Che il 2017 vi sia lieve…

 

martedì 6 settembre 2016

La ragazza danese


Ieri sera ho visto The Danish Girl. O meglio, ne ho visto un pezzo. Poi ho dovuto ripiegare su Nemo, per la quindicesima volta, vista la presenza di mio figlio. Una volta addormentato, ho cercato il film in streaming, accontentandomi della versione inglese, davanti alla quale, salvo alcune pause forzate, ho chiuso gli occhi solo questa mattina. E il film, di occhi, mani, sguardi e scorse, ne è pieno.

 La ragazza danese è un film di trasformazione e di amore. Un film di testa che affronta, invece, la trasformazione del corpo prima e dell’animo poi. Probabilmente non in quest’ordine. La trasformazione di un uomo nato erroneamente dentro un corpo di donna, nei primi del ‘900 e l’amore incondizionato di sua moglie che, complice dell’emersione della parte femminile, lo accompagna lungo il viaggio verso una nuova identità, rinunciando a lui come uomo e come compagno. Un film poetico e doloroso.

Questa mattina, preparandomi per una giornata rognosa, il pensiero si avvinghia intorno al concetto di trasformazione. Più banalmente, come si cambia per non morire, come si cambia per ricominciare…

Le cose cambiano. Cambiano le stagioni, cambiano i giorni della settimana, cambiano le temperature, cambiamo noi, dentro e fuori. Basta osservare intorno le scene di vita quotidiana in costante, lenta o rapida trasformazione. Il concetto di cambiamento è un concetto molto democratico, piuttosto popolare. Vecchio come il mondo. Tutti lo vivono, nessuno escluso. Semmai, diverse sono le percezioni, le emozioni, le riflessioni che lo accompagnano. Tutta roba molto semplice. Resta atavico, invece, il dilemma che il cambiamento comporta: la paura del nuovo e la voglia di cimentarsi nell’affrontarlo. Il mondo e la storia sono pieni di archetipi che descrivono questa ambivalenza. Si cambia per necessità, si cambia per adattamento, si cambia per opportunità, si cambia per urgenza, si cambia per sopravvivenza. Lo fanno tutti, anche i serpenti. Lasciano la vecchia pelle per una nuova.

Tornando alla Ragazza danese, a colpirmi profondamente non è stato il coraggio del protagonista disposto, in un’epoca in cui la materia era ancora sperimentale e nel pieno del tabù culturale, ad affrontare la sua trasformazione, quanto, piuttosto, la forza della moglie nel supportare tale scelta, anteponendo il bene dell’altro, al suo. Perché si sa, se le trasformazioni, le crescite, i cambiamenti dei due elementi che compongono  la coppia, vanno nella stessa direzione, ci si unisce, altrimenti, ci si perde. E ritrovarsi, poi, è più difficile che perdersi da soli.

giovedì 1 settembre 2016

Grazie Beatrice...


Questa grandissima, enorme, oscena, oltraggiosa, minchiata del Fertility day, mi ha dato la voglia di tornare a scrivere, qui. Per mesi ho pensato di aver esaurito le cose interessanti da dire. Se mai ne ho dette. Il blog è nato circa tre anni fa, da allora sono cambiate un sacco di cose, dentro e fuori. Inevitabile che non andasse così. Complice un’età diversa, una consapevolezza più matura, la spossatezza che cozza con le inquietudini perenni, tipiche di un acquario cui non basta mai niente e che sente, esageratamente, il peso delle pene. Molte blogger, dopo pause forzate, si rinnovano con diverse piattaforme, layout rinvigoriti, temi differenti da trattare, più vicini alle corde che il tempo ha contribuito a cambiare. Altre, abbandonano gli argomenti sino a quel momento sviscerati per imbarcarsi in nuove traversate, traghettate da stimoli ed esperienze urgenti da condividere. Ci ho pensato. E molto. Ho pensato di lasciarmi alle spalle il mondo dell’infertilità per scrivere di altro. Ma questo luogo custodisce le pagine migliori della mia vita, pagine d’amore dedicate a Daniele, parole che mai riuscirò a scrivere meglio. A parte alcuni post di cui farei bene a vergognarmi. Ma data l’età, sto diventando orfana anche della vergogna. Perché a una certa, ci si destreggia come meglio si può, si pensa meno a piacere e più a piacersi, o meglio si dovrebbe, si dispensano più vaffa, anche solo mentali e si fa pulizia nel cuore e nell’armadio. Non so di cosa scriverò e chi ha avrà ancora voglia di leggermi, ma sono certa che è qui che voglio continuare a raccontare…

martedì 3 maggio 2016

Manca aria


Giorgia Spano è l’autrice del post “Essere la mamma di un maschio è una responsabilità e un onore” post che in pochi giorni è diventato virale su facciadalibro.
Condiviso, amato, diviso e spartito in rete dalla maggior parte delle mamme di figli maschi. Laureata in biologia, ricercatrice in una Università di Milano e presidente di una associazione che sostiene la collaborazione tra le donne mamme e la genitorialità definita ad alto contatto ha scritto quello che, è poi diventato uno tra gli articoli più gettonati sul web. In origine il doveva essere una lettera regalo per un amica in procinto di partorire un figlio maschio, poi è diventato una sorta di specchio nel quale la maggior parte delle mamme di maschi si sono ritrovate. Il post , di seguito riportato, è bello e ha del vero.
Contiene la descrizione di quei riti quotidiani in cui la mamma di un figlio maschio si ritrova in pieno. Dalla sensazione di non saper gestire lo zampillio di una pipì così lontana dalla nostra, passando per lo sconcerto davanti all’ardore della guerra simulata in tutte le sue più eccentriche sfumature dai piccoli ninja. Commuove lo stupore e la meraviglia della scoperta dell’ amore provato per una “personcina” tanto diversa rispetto al modo di sentire di una donna, prima ancora che, di una madre. Il testosterone, differente dalla sindrome premestruale, il volo, il non ritorno. L’amore incondizionato, prima, il distacco fisiologico, poi.

Ripeto, il post è bello, ma lascia una sensazione sgradevole nell’animo. Almeno, nel mio.
Termina, infatti, affermando che il figlio maschio sarà un uomo sano ed equilibrato, quando gli basterà sentirci una sola volta a settimana. Allora capiremo di aver fatto un buon lavoro, come madri, avendo cresciuto un uomo per bene, sottointendendo, un uomo, risolto.
 Rileggendo più volte il post, ho faticato a capire cosa davvero mi disturbava di ciò che leggevo. Poi ho capito.
Il post manca di magia.
Manca dello stupore dell’innamoramento. Manca del senso di meraviglia dell’attesa del fare del proprio figlio  un uomo degno quando, uomo non significa solo maschio e degno non significa solo probo.
 
Manca aria.

Manca il sapore di un legame “così forte e necessario da essere invisibile” che, un uomo può, con la propria madre. Anche a cento anni.

Nel post tutto è già scritto, scontato, non lascia margine al cambiamento. La madre ama incondizionatamente, sapendo che il figlio maschio se ne andrà, perché è così che deve essere. Prendersi cura, sorreggendo le aspirazioni, sopportando le evasioni, accettando le affermazioni, in una lenta e ineluttabile preparazione all’addio. Eppure. Eppure, sono convinta che il  buon lavoro di una madre non si spieghi solo nell’ allenamento alla separazione. Tra separazione ed indipendenza c’è un atto specifico, reciproco. Un atto di volontà e consapevolezza che si costruisce lentamente, giorno dopo giorno, esercitandosi alla promessa di non perdersi, mai.

E allora mi viene in mente di nuovo una delle cose più belle scritte da Chiara Cecilia Santamaria per sua figlia “Come aria”

Com’è diverso quel sentimento che mi sarà sempre estraneo, quello di attaccarsi al neonato come ad una proprietà e sentirsi complete solo con una piccola appendice al fianco, e come è intenso e nuovo questo, quello di avere una figlia che è una bambina né grande né piccola, che capisce i sentimenti e ti ragiona con la voce sottile, ed inizia ad andare per il mondo. Inizi a lasciarla per il mondo, perché sai che è sui gradini dell’indipendenza che si costruisce l’amore buono. Anche se il mondo è solo il tuo Paese al di là della Manica, anche se è una casa conosciuta. Com’è strano vederla sbracciarsi dall’altro lato dei controlli, avere gli occhi un po’ lucidi e pensare che, forse, il tuo obiettivo è fare in modo di non mancarle anche quando le manchi. Essere una certezza talmente forte da resistere alle distanze. Quelle del tempo e dello spazio. Quelle delle idee e delle ambizioni. Quelle del carattere. Quelle della vecchiaia. Concederle di potersi dimenticare di me quando sta bene, senza sentirsi in torto. Sapere che siamo unite da qualcosa di così forte e necessario da essere invisibile. Come aria. Com’è difficile, per i genitori, accettare che i figli vivano lontano da loro. E com’è necessario, questo, affinché vivano"
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Essere mamma di un maschio richiede agilità, lo capisci da subito, da quando ad ogni cambio sul fasciatoio devi schivare pipì zampillanti. E ti servirà quell’agilità negli anni a seguire, per rincorrere un piccolo corridore a cavallo di ogni mezzo di trasporto: monopattino, bicicletta, moto cavalcabile. Essere mamma di un maschio richiede formazione continua. Cosa differenzia una ruspa da una scavatrice? Che super-potere ha Iron man? E che diavolo mai sarà un camion bisarca?
Essere mamma di un maschio è mistero, perché lui è altro da te. La sindrome premestruale avresti anche potuto capirla, il testosterone è invece un modo sconosciuto fatto di barbe, pomi d’adamo e polluzioni notturne.
Essere mamma di un maschio è meraviglia e scoperta, perché in fondo i maschi mica li avevi capiti così bene.
Essere mamma di un maschio è responsabilità e onore di crescere un uomo per bene.
Essere mamma di un maschio richiede agilità, lo capisci da subito, da quando ad ogni cambio sul fasciatoio devi schivare pipì zampillanti. E ti servirà quell’agilità negli anni a seguire, per rincorrere un piccolo corridore a cavallo di ogni mezzo di trasporto: monopattino, bicicletta, moto cavalcabile.
Essere mamma di un maschio richiede formazione continua. Cosa differenzia una ruspa da una scavatrice? Che super-potere ha Iron man? E che diavolo mai sarà un camion bisarca?
Essere mamma di un maschio porta a superare le proprie paure e repulsioni. Ad esempio quella dei ragni e degli insetti più ripugnanti che tu possa immaginare. E se non sei aracnofobica, stai sicura che lui adorerà rettili o anfibi o qualunque cosa ti faccia rabbrividire.
Essere mamma di un maschio richiede forza d’animo, per non morire d’amore quando ti dirà che sei la sua regina e l’unica donna che vuole sposare. (non temere, cambierà idea!)
Essere mamma di un maschio ti aiuta nelle scelte. Le tute sono tutte blu, grigie o nere, le magliette basta prenderle in stock, variando tra immagini di moto, barche o super-eroi,
Essere mamma di un maschio significa fingere. Fingere che i suoi regali di compleanno ti piacciano; con fogli impiastricciati e sculture sbilenche è semplice, quelli ti piacciono davvero. La vera prova è fingere quando avrà 30 anni e ti regalerà l’ennesimo libro o l’ennesima crema antirughe.
Essere mamma di un maschio è consapevolezza che un giorno si vergognerà di farsi vedere nudo da te; a poco vale la consolazione che almeno non ci sarà più il pericolo di pipì zampillante.
Essere mamma di un maschio è separazione, perchè un giorno spiccherà il volo e ti chiamerà una volta a settimana. E proprio il fatto che non ti chiami 3 volte al giorno significherà che hai fatto un ottimo lavoro.
Essere mamma di un maschio è mistero, perchè lui è altro da te. La sindrome premestruale avresti anche potuto capirla, il testosterone è invece un modo sconosciuto fatto di barbe, pomi d’adamo e polluzioni notturne.
Essere mamma di un maschio è meraviglia e scoperta, perchè in fondo i maschi mica li avevi capiti così bene.
Essere mamma di un maschio è responsabilità e onore di crescere un uomo per bene.

 

venerdì 22 aprile 2016

Apologia breve dello “sticazzi” e critica pura al “Ciaone” by Bill, sii come Bill…


Conoscete Bill ?
Il meme virale che su Facebook ritrae l’utente dei social in diverse situazioni quotidiane dando, attraverso esilaranti vignette, una sorta di “modus vivendi” all’insegna dell’intelligenza e della correttezza?
Bill rispetta le code e quando va in bici si mette in fila indiana per non ostacolare gli automobilisti , Bill non stalkerizza gli amici su Facebook, se fuori piove e Bill è su Facebook non pubblica stati come “Che pioggia!” perché sa che tutti hanno le finestre….«Bill è intelligente, sìì come Bill».
Sostanzialmente  Bill è un omino stilizzato geniale nella sua stupidità - da quando il suo disegnatore Eugeniu Croitoru ha aperto la pagina “Be like Bill” ha ottenuto un milione e mezzo di like- che, stigmatizza alcuni comportamenti diffusi nei social e propone, invece, di seguire l’atteggiamento ovvio che si dovrebbe tenere nelle situazioni normali.
Ovvio, direte, voi. Non così ovvio. L’invito ad essere come Bill, è l’invito ad essere intelligenti, o perlomeno, adottare comportamenti non idioti.  Ora che ho spiegato chi è Bill, credo che scriverò al disegnatore per chiedergli di creare una vignetta con Bill in favore dello "Sticazzi" e, contro l’uso improprio del "Ciaone". La filosofia dello Sticazzi racchiude un mondo: è la presa di coscienza della finitudine umana e l’accettazione del non poter avere tutto sotto controllo. Quindi:dove non si arriva si mette un punto e Dio vede e provvede. Io di più non posso fare. Dietro il Ciaone c’è, invece,  la presa per i fondelli dei piddini contro chi ha votato al referendum- io non sono andata, per scelta ponderata e convinta- e  si nasconde la politica del “sotto l’hashtag niente”, “frammenti di pensiero scomposto lanciati nella rete come proiettili volti ad offendere la logica e la serietà: parlamentari come animatori del Club Med che intrattengono gli elettori con lo sketch della trivella. Nasce così una nuova figura politica: lo scrannista. Lo scrannista è la versione politica del tronista di Uomini e Donne: seduto comodamente sul suo scranno -giusto il tempo della diretta sul canale Sky della Camera e poi via pronto per un talk show- il figlio della rottamazione va a dare mostra di sé sfoggiando la sua assenza di contenuto”. Sono sicura che Bill , se parlasse, direbbe sicuramente, sticazzi, e mai ciaone.
Bill è intelligente, sii come Bill…